Danse Macabre 3 – La prima vera paura

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Per chi si forse perso i vecchi articoli e non sappia di cosa stia parlando ecco qui il link per saperlo.
Prima di continuare con questo numero vi chiedo di leggere tutti i precedenti per avere una visione completa della storia man mano che va avanti.

Dopo aver incontrato il genere in maniera “tranquilla” con “Piccoli brividi” su carta e alla tv e “Brividi e paura” in edicola prima di capire cosa fosse davvero l horror aspettai un po’.
Non perchè volessi ma perchè da ragazzino è difficile che ti capiti tra le mani qualcosa che possa spaventarti: i tuoi genitori sono un filtro perfetto per questo.

Un filtro che volente o nolente è sopravvisuto sino a quando non sono stati loro stessi, senza davvero saperlo, ad aprire a me e a mio fratello un nuovo mondo di ombre.

Una sera infatti, mentre io ero in camera mia, i miei e mio fratello erano davanti alla tv e, tra un canale e l’altro, decisero di rimanere su uno dei canali di Sky dedicato al cinema e di guardare dall’inizio alla fine il primo “Resident evil”.
Ora, il film non avrà nulla a che fare con il videogioco, ma quel primo film è senza dubbio il più pauroso della saga e quello più votato all horror con i suoi zombi chiusi in piccole stanze e la sua protagonista senza memoria.
Magari sarà un film di merda, un film inutile ma per un bambino di otto anni o giù di lì basta questo per scatenare una paura inaudita.

I miei non si aspettavano un qualcosa del genere e non sapevano che questo, in parte, mi avrebbe reso ciò che sono ora.

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The lords of Salem – Il fallimento della blasfema follia

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“You stand guilty of the crimes of witchcraft, and accepting the devil!”


(Reverend Jonathan Hawthorne – The lords of Salem)

In primis perdonatemi per la mia assenza.
Se questo articolo, poi, vi sembrerà freddo o strano in qualsiasi modo è perchè sono stato lontano da questo blog da tanto e quindi rimetterci le mani è un qualcosa che mi fa strano.
Ripeto: perdonatemi.

Che “Lords of Salem” non sia un film per tutti non è chiaro sin da subito.
Non è chiaro dalla filmografia passata del regista, Rob Zombie, e non chiaro dai trailer e dalle immagini promozionali che non riuscirono e non possono, ancora, preparare lo spettatore a ciò che sta per vedere.
Che “Lords of Salem” non sia un film per tutti e che non lo dia subito a vedere è un po’ una delle idee alla base del film.
Questo perchè la pellicola vuole disgustare, colpire allo stomaco, alla testa e al cuore lo spettatore facendolo uscire dalla visione mosso in qualche parte del suo essere.
“Lords of Salem” ci riesce, ci riesce benissimo ma lo fa perdendosi in se stesso.

Una delle ultime pellicole di Zombie inizia nella maniera più semplice possibile senza anticipare allo spettatore la follia che a breve avrà davanti.
Continua a muoversi nell’ombra, senza mai davvero evidenziare il proprio obiettivo lasciando tutta la follia per il dopo.
Un dopo che è la causa vera e propria del fallimento del film.

Questo perchè prima dei venticinque minuti finali, di cui parleremo tra pochissimo, il film è come se non esistesse.
Non c’è una vera e propria trama se non un filo rosso che ci porta sino alla follia finale.
Non ci sono davvero dei personaggi o quantomeno non sono minimamente convincenti.
Tutto ciò che c’è sullo schermo prima degli ultimi venticinque minuti finali è il nulla in ogni campo cinematografico tranne che in quello tecnico.
Dopo il nulla però c’è solo la follia.

Una follia sensata, tutte le inquadrature oniriche hanno un loro senso e anche più di uno, tuttavia una follia portata all’eccesso, portata al superare il limite che in un film non si dovrebbe superare.
Un limite che divide l’arte dall’orgia senza un senso o quantomeno un annullamento di questo.

L’idea di Zombi è chiara, chiarissima.
L’idea di Zombi è anche profonda per chi vuole avvicinarsici.
Il problema è che in questo film è così convulsa che tutto si appiattisce e diventa il nulla.

Occhietto 1

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L’”occhietto” è una pagina con un titolo (della serie o della collana) che precede il frontespizio.
Nei libri suddivisi in più parti, si possono avere occhietti intermedi.

Questo articolo qui è proprio un occhietto: uno spazio per suddividere ciò che ho scritto prima da ciò che scriverò da questo momento in poi.
Con questo articolo finisce il primo anno del mio secondo blog e inizia il secondo.
Questo anno passato è stato povero d’articoli e anche discontinuo, è stato un anno di sperimentazioni e di insicurezze.
Questo nuovo anno però non sarà così: credetemi.

Ricordatevi di tornare qui ogni due settimane per vedere qualcosa di nuovo e di particolare.
Ricordatevi di tornare qui se amate la sceneggiatura e le tecniche legate a questa.

Danse Macabre 2 – Paura tra tv e carta stampata

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Per chi si fosse perso il perchè di questa rubrica vada a leggere qui e poi torni subito che entriamo immediatamente nel vivo della questione già nel primo articolo.

La prima volta che ho ” conosciuto ” la paura ero davanti alla tv, credo proprio fosse il vecchio JXT, che ora ha cambiato nome, presente nell’elenco dei canali SKY.
Si, a quel tempo avevamo SKY o la tv normale.
Bastò la canzone iniziale, le immagini della sigla e in poco tempo fui catturato dal piccolo schermo perchè stavo vedendo qualcosa di nuovo: ” Piccoli brividi “.
Dalla prima serie di libri arrivata da noi nel 1995 era stata tratta una lunga serie di episodi dedicati al pubblico più giovane, come i libri, ed io ero capitato, per caso, nella fascia oraria in cui venivano mandati in onda più di un episodio.
Non ricordo bene cosa vidi ma qualsiasi cosa fu mi colpì talmente tanto in positivo da lasciarmi si inquietato ma anche curioso di vedere altri episodi.
Riuscì a vederne una gran parte ma dovetti fermarmi per via degli orari sempre più folli del canale completandone la visione solo qualche Halloween fa.
La serie era curatissima, perfetta in ogni suo particolare e ogni storia, pure se completamente tratta da uno dei libri della collana, sembrava scritta in primis per la tv tanto qualsiasi dettaglio risultava spettacolare.
A favorire l’atmosfera ambigua e inquietante, vero segno particolare del prodotto, c’erano gli interpreti ma soprattutto le ambientazioni e le scenografie completamente fuori di testa o, in qualche modo, diverse dagli ambienti normali tanto da disturbare la visione.
” Piccoli brividi ” era un piccolo capolavoro.

Capolavoro che però dipendeva strettamente dalla qualità della materia di base: i libri di R. L. Stine.
Avevano delle copertine bellissime, sembravano fatti ad arte e i loro finali particolari, come quelli della serie, sono stati i miei primi plot twist.
Per di più vorrei che nessuno dimenticasse gli adesivi alla fine di ogni libro capace di farmi piangere ancora adesso.
Scritti magnificamente e, alle volte, diversi dalla serie è grazie a loro che devo il mio secondo incontro con l’horror e a mia madre che decise di comparli a me e a mio fratello.
Io, da quel momento in poi, iniziai a leggere mentre mio fratello si innamorò perdutamente del genere.

Proprio a mio fratello, infatti, devo il terzo e ultimo innesto di questo articolo: la collana settimanale da edicola ” Brividi e paura “.
è lui ad aver continuato a seguire il filone in vari modi, tra film e riviste, affascinandomi e spaventandomi con racconti e leggende.
Lui aveva più coraggio di me: il mio arriverà molto, molto più tardi.
Così, mio fratello, tra un film e l’altro, inizierà a prendere da leggere settimanalmente una rivista con un front molto simile a quello di ” Piccoli brividi “, che la ricorderà anche nel nome e che conterrà, da quel momento in poi, per più di un anno, una buona dose di horror capace di stupire.
Da racconti di fiction, a leggende a report giornalistici la rivista parlava di tutto e tutti, sempre in maniera inquietante senza mai però essere troppo esplicità.
Piccole informazioni incisive ma mai troppo paurose.

Da bambino questo fu il mio incontro con l’horror: sottile e mai davvero brutale.
Per la brutalità vi toccherà aspettare quattro settimane, anche meno visto il mio ritardo nella pubblicazione di questo articolo.
Vi toccherà aspettare per sentirmi parlare del primo ” Resident Evil “.

Get Out – L’originalità di ” razza “

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A Mind Is A Terrible Thing To Waste “

(Shrink – Get Out)

Lasciatemi passare il gioco di parole, se poco infelice o no lo lascio decidere a voi, e scusatemi per le numerose assenza ma avere un secondo blog e una vita privata e voglia di fare duemila cose rende tutto più complicato.
Detto questo, passiamo all’articolo, con spoiler, e iniziamo a parlare dell’ultimo film che ho visto al cinema.
Dell’ultimo bel film che ho visto al cinema: ” Get out “.

Scritta e diretta da Jordan Peele, precedentemente autore solo di film e programmi comici, la pellicola non è solo un ottimo film ma un grande horror capace di rivoltare, sorprendentemente, il genere, abbastanza stantio negli ultimi anni, utilizzando, anche, la risata.
L’originalità e la stranezza di ” Get out ” colpiscono lo spettatore allo stomaco dopo poco lasciandolo a riflettere anche dopo la fine dei titoli di coda su tutti i piccoli dettagli lasciati qui e li.
Nulla viene detto a caso, tutto si muove seguendo una propria logica giustificando, in una scrittura semplice semplice, una trama anche più complicata di quanto si direbbe.

Chris e Rose sono una coppia e si stanno preparando per andare a conoscere i genitori di lei.
Chris è un uomo di colore e Rose è una donna bianca.
Chris è preoccupato ma Rose lo tranquillizza e inizialmente il week end non è per niente male.
Tutto inizia a complicarsi piano piano, più Chris fa conoscenza con la famiglia di Rose più le cose ci sembrano strane, più il non razzismo dei partecipanti al party dei genitori ci sembra un razzismo al contrario divertente si ma tremendamente imbarazzante per il ragazzo.
Finito il primo tempo e iniziato il secondo, il primo era puramente una vera e propria preparazione a quello che vedremo, la tranquillità del week end si rompe, gli scheletri escono dalle scatole negli armadi, è proprio il caso di dirlo, e la minaccia si scopre completamente.
Il film si scopre completamente, punta ad un finale a senso unico che però non arriva mai e anzi cambia repentinamente donando, questa non è mia ma l’ho rubata, al pubblico e a Chris l’agognata vendetta.
Il film finisce prima però, c’è sempre tempo per una battuta.

La storia degli Armitage, famiglia di banchi non razzisti ma comunque cacciatori di neri, e della loro piccola società ci viene presentata, in maniera silenziosa tra fumi e giochi di specchi, per tutto il primo tempo con battute, molto e poco politically correct, ma mai tremendamente negative solo ingenue.
C’è interesse per Chris e la sua vita e la sua razza ma solo perchè sono finti perbenisti che si basano sui peggiori luoghi comuni, ci diciamo noi.
Eppure non è così e quell’ambiguità presenta nel primo tempo viene totalmente scoperta all’inizio del secondo con una metaforica e letterale apertura di un pacco nascosto e l’accensione di una tv e lo spiattellamento di tutto il film tramite un mezzo ormai conosciuto da tutti e ritenuto, da molti, simbolo di costante verità.
Non manca un certo umorismo nelle scene nella tv, sembra una pubblicità progresso, ma questo non ne diminuisce l’orrore.

La vita del nostro protagonista sembra segnata sino a quando il suo graffiare i bracci della poltrona per il nervoso, cosa già vista nel primo tempo, non gli procura una via d’uscita cambiando un film che sembrava già segnato, prevedibile ma non per questo meno bello.
Chris si rompe e nella sua spirale distruttrice scopriamo anche l’ultima parte ” importante ” del film che sino a quel momento era stata trattata, come al solito, silenziosamente e magistralmente.
Sembra esserci tempo per un ennesimo twist che però non è quello che almeno io mi aspettavo.
” Get out ” finisce e si esce dalla sala sorpresi e piacevolmente intrattenuti.

Il film non sarà un capolavoro, non sarà una pellicola perfetta ma sfrutta un’idea datata e attuale aggiornandola con un certo gusto e sapere comico, giostrando bene i tempi prima di liberare l’orrore più fisico.
Orrore fisico irraggiungibile sino alla fine del film, mantenuto sotto controllo dal potere della mente, da un trucco molto classico, l’ipnosi, rivisto graficamente con uno stile totalmente nuovo e un’idea filosofica alla base molto forte.
Un’idea presente anche in Chris ma completamente diversa da quella dell’autore: Chris si ritrova costretto a pensare alla morte di sua madre e alla sua passività durante l’evento.
Questo ragionare sulla passività di Chris però non è fine a se stessa, non è un semplice approfondimento sul personaggio, l’unico presente nel film direi, ma un elemento importante per portare sia alla scoperta finale della pellicola e sia per ampliare e chiudere definitivamente la storia.
Se Chris non avesse mai ripensato alla madre difficilmente sarebbe risceso dalla macchina per salvare Georgina: una donna colpita da una macchina stesa sul ciglio della strada.
Non vi ricorda la morte del cervo a inizio film?
Non vi ricorda la morte della madre di Chris raccontata dal ragazzo?

Nulla, in questo film, è stato fatto a caso.

Danse Macabre 1 – Introduzione

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In questi giorni, neanche sono a metà per via di vari impegni e incidenti, sto leggendo una riedizione di un saggio di King dedicato completamente al horror e ai media utilizzati per la sua distribuzione.

Scritto nel 1981, e ripubblicato nel 1983, il saggio si dedica principalmente ai libri, ai film fantasy, horror e splatter scritti e girati negli anni compresi tra il 1950 e il 1980.
Nacque da un corso di scrittura creativa (dal titolo “Temi della letteratura soprannaturale”) tenuto dallo stesso King nel 1979 nell’università del Maine poi riassunot, scritto, pubblicato, corretto e ripubblicato più volte mostrando, anche in questo modo, la forza e la validità del saggio.
L’intera opera, per di più, non si ferma completamente agli anni presi in esame ma, con un ottimo lavoro di ricerca e di approfondimento, tocca anche anni ed opere passate dando una spiegazione a tutte le digresioni sforando nell’ambito fumettistico e anche musicale.

Ispirato da questo saggio ho deciso di far partire su questo blog, inframmezzandolo con i normali articoli, una rubrica come compendio a questa intera esperienza andando a raccontare, passo per passo, il mio incontro e la mia vita sin’ora con l horror.

Spero che l’idea possa piacervi.

Come scrivere un prodotto antologico o ad episodi

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“I racconti sono come le pallottole di un cecchino.
Rapidi e sconvolgenti.
In un racconto io posso trasformare il bene in male e il male in peggio e, cosa ancora più divertente, quelli veramente buoni in veramente cattivi.”

(Jeffrey Deaver)

Ieri, dopo aver finito di leggere ” Racconti del lato buio ” volumetto prodotto in America dalla IDW e portato da noi dalla Magic Press, mi sono messo a discutere con la mia ragazza dei prodotti episodici, delle serie antologiche e di tutte quelle opere che fanno parte dello stesso insieme che io riunirei sotto l’etichetta dei racconti episodici.
Che siano film, fumetti, libri o serie tv ogni genere è stato, almeno una volta, utilizzato per portare al pubblico un prodotto episodico riuscito o no.
Certo se guardiamo al passato più recente non ne vediamo molti, tolti i libri vero terreno fertile per questo tipo di prodotti, ma ultimamente, grazie a Netflix e ” Black mirror ” il genere sembra davvero essere tornato sulla bocca di tutti.
Seguendo l’esempio della serie inglese infatti, comprata recentemente da Netflix, abbiamo visto uno scarsissimo ” Easy ” sempre prodotto dal colosso dello streaming o siamo stati partecipi di un fiorire di questi prodotti sempre in tv per mano di Ryan Murphy e dei suoi vari prodotti televissivi sempre di stampo antologico.
Oltre questi, per via anche dell’effetto nostalgia, si è parlato tantissimo di un revival di ” Tales of the crypt ” o di ” Tales from the darkside ” progetto rifiutato e poi rimaneggiato per approdare su carta per la IDW creando, appunto, ” Racconti dal lato buio “.
Anche sul grande schermo però i film ad episodi non hanno smesso di nascere basta cercare i ” V/H/S ” e simili o il recentissimo “XX” che ho trovato però deludente.
Come avrete notato però, tolto ” Easy”, tutti gli altri titoli che ho citato, compreso ” Black mirror ” sono prodotti di stampo horror, tendenti all’assurdo, al fantastico e pronti a spaventare a colpire alle budella il pubblico.
Ormai i prodotti ad episodi o le serie antologiche sono legate a stretto contatto con gli incubi del pubblico e non esistono quasi più variazioni nel genere.
Lo stile cambierà di anno in anno o di episodio in episodio ma la base da cui gli autori partono è sempre e solo quella al momento.

Nonostante questa mancanza di cambiamento però questo genere di prodotto continua ad essere ripetutamente prodotto e acclamato dal pubblico.
Questo perchè pur con i suoi limiti e la sua partenza di base sempre uguale la possibilità di far parlare più autori, nei prodotti episodici, o il dover esplorare parti diverse della stessa materia, nelle serie antologiche, da la possibilità di creare sempre qualcosa di nuovo e di mai visto.
Sarà anche l’ambientazione e la base horror o fantastica ma difficilmente ci sarà mai un episodio uguale all’altro o anche solo simile: poter sondare e mettere in scena gli incubi delle persone apre la porta verso un mondo infinito di possibilità.
Tutte queste possibilità però non saranno sempre adatte allo schermo, piccolo o grande che sia, o non riusciranno a piacere a tutti portando quindi al grande e, forse, unico difetto di questo tipo di prodotti: la differenza di qualità tra gli episodi o le stagioni.
Quando infatti porti in qualsiasi forma la una grossa quantità è difficile che questa si risolva sempre e comunque per qualsiasi parte dell’opera in qualità.
In una serie da sei episodi è possibile trovarne tre buoni e tre no.
In un film di due ore con quattro racconti magari solo uno dei quattro è effettivamente valido.
Produrre un’opera del genere ti porta sicuramente a dare voce a più di un autore insieme ma non sai mai se quelle voci si uniranno in una bella melodia o se una appiattirà tutte le altre o quale, tra le tante, finirà nell’ombra.

Visti pregi e difetti vorrei, come vuole questo stesso blog, cercare di creare una piccola guida per creare prodotti di questo tipo.

  • In primis si deve scegliere lo stile con cui raccontare le varie storie o quantomeno si deve scegliere uno stile diverso per ogni storia.
    Questa distinzione deve essere fatta senza mezzi termini: o si sceglie uno stesso stile per tutti gli episodi e le stagioni o si sceglie uno stile diverso per tutti gli episodi e le stagioni.
    La mancanza di uno stile in generale danneggerebbe l’opera ma la mancanza di un’idea di conduzione dello stile sarebbe peggio.
    Non puoi avere due episodi con lo stesso stile e tre con uno stile diverso per esempio perchè romperebbe l’equilibrio che comunque dovrebbe esserci tra tutti gli elementi dellopera.
    Lo stile diverso o uguale serve proprio a mantenere un equilibrio tra tutti i vari pezzi dell’opera.
  • L’intero progetto dovrebbe avere, anzi deve avere sicuramente un’idea di base e, se vi va, un obiettivo.
    L’obiettivo serve per chiudere un cerchio alla fine della pellicola e per dare un senso di completezza e di unione di tutti gli elementi allo spettatore.
    L’idea alla base, invece, serve per avere un punto di partenza, una sorta di manifesto per i vari episodi o per le varie stagioni che si hanno in mente di produrre.
    Un punto di partenza e un punto di arrivo per definire meglio ciò che si vuole creare.
  • Ci sarebbe la possibilità di unire i vari episodi o le varie stagioni in una cornice più grande che alcuni potrebbero anche rendere un universo in sè.
    La cornice è presente in molti film episodici e, addirittura, nelle serie tv del genere sembra aver preso le sembianze di un vero e proprio universo che fa da contenitore a quelle stesse storie.
    Questa non è effettivamente importante, non sempre, ma io la trovo ottima per creare un’atmosfera generale e per trasportare il pubblico in un’altra atmosfera.
  • A questo punto basta seguire l’idea di base e l’obiettivo, se lo avete, e avrete il vostro prodotto episodico.

Io ho amato i “V/H/S” e molti episodi di “Black mirror” ma non sono minimamente contento dell’attuale china che ha preso il genere.
Davvero, l’ultimo “V/H/S” potrebbe aver ucciso l’intera saga e non sono cosìm d’accordo con i tanti, tantissimi futuri episodi di “Black mirror”.
Terrò le dita incrociate e spererò per il meglio.

Iron Fist – Un guerriero bambino

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“Cast away your childish needs.
Bury your mother.
Bury your father.
You belong to me and to me alone. You must submit, can you do it?

Then tell me who you are!”
“A child… touched by fire… delivered from heaven to become the greatest warrior, destined for victory.”

(Lei Kung e Iron Fist – Iron Fist)

Dareste mai ad un bambino delle forbici appuntite?
Dareste mai a vostro figlio un coltello in tenera età?
Potreste allenarlo, potreste dargli delle regole e insegnargli ad usarlo ma gli dareste comunque un’arma in mano?
Dareste a quel bambino un ” potere ” così grande?

Quando l’aereo della sua famiglia si schianta sulle cime dell’Himalaya e i suoi amati genitori passano a miglior vita Danny è proprio questo: un bambino.
Danny è un bambino buonissimo, è amato dai suoi genitori e in pochissimo tempo, in un battito di ciglia, perde tutto ciò che ha.
Si ritrova da solo, al freddo, costretto a chiamare aiuto nella neve prima bianca e ora rossa come il sangue.
Viene salvato dai sacerdoti di Kun Lun, viene allenato e diventa Iron Fist.
Lo vediamo quando torna a casa, quando cerca subito gli amici di un tempo e, ingenuamente, è convinto che tutti si ricordino di lui senza problemi.
Vediamo un uomo adulto, con un’ arma potentissima nelle mani, diventato un’arma potentissima che però è rimasto un bambino, un bambino troppo cresciuto.
Danny è ingenuo, tremendamente ingenuo e, soprattutto, è arrabbiato.
Allenato da maestri antichi come la storia, preparato al combattimento e al controllare i propri sentimenti fallisce in tutte queste cose: ed è così per volere di sceneggiatura.

Danny Rand, protagonista ed eroe della storia, torna a casa dopo un allenamento durato anni senza più affetti e senza più aver visto il mondo reale per tantissimo tempo.
L’allenamento dovrebbe averlo reso più forte, più equilibrato ma piano piano vediamo come Danny non sia minimamente forte spiritualmente.
Tutta la disciplina che gli è stata impartita attraverso precetti teorici e colpi fisici, come ci viene più volte fatto vedere, non è servita minimamente a forgiare un grande guerriero ma semplicemente ha bloccato Danny Rand all’età dell’incidente non risolvendo il trauma della morte dei genitori e bloccando, in qualche modo, il suo sviluppo.
Tutta la meditazione del ragazzo è completamente inutile: il suo animo non sarà mai in pace perchè non sa davvero chi è.
Danny è stato allenato per essere un’arma ma allo stesso tempo è rimasto bloccato all’età dell’incidente perchè non ha mai superato la perdita della madre e del padre.
Nessuno gli ha mai insegnato come muoversi nel mondo di tutti i giorni e come comportarsi con la gente normale.
Danny perde così tante volte la calma non perchè la situazione sia fuori controllo o particolarmente grave ma perchè un bambino non riesce ad affrontare neanche un problema piccolissimo senza dare inizialmente di matto.
Per di più, come ogni bambino con un certo ” potere ” che si rispetti, Danny è profondamente presuntuoso perchè è stato elevato sopra un piedistallo in qualche modo.
Davros, il suo compagno di allenamento, è identico a lui: alienato, irrequieto e profondamente presuntuoso quindi ottuso.
Armi viventi ma in un corpo di bambini.

Se durante la visione avete trovato Danny Rand fastidioso, piagnone e infantile allora avete perfettamente inquadrato il personaggio.

Logan – La fine di un eroe

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” There’s no living with a killing.
There’s no going back from it.
Right or wrong, it’s a brand, a brand that sticks.
There’s no going back.
Now, you run on home to your mother and tell her, tell her everything’s alright, and there aren’t any more guns in the valley “.

(Laura – Logan)

Un eroe può finire il suo viaggio in due modi diversi.
Il tutto può accadere in combattimento, coraggiosamente, con il supereroe al massimo della sua grandezza oppure si può scegliere il metodo che preferisco: si può far cadere l’eroe in maniera malinconica, nella polvere.
Prendete un uomo, un grande uomo, un eroe per l’appunto, e, dopo avergli dato un passato sfavillante, mostratelo nel presente distrutto e disilluso.
Scrivete di un eroe più vecchio, spezzato, non solo provato fisicamente ma anche spiritualmente.
Levategli tutto, rendetelo umano e insignificante come chiunque altro.
Dopo averlo reso un uomo normale dategli un ultimo atto eroico da compiere, un’ultima speranza a cui aggrapparsi e poi fate calare il sipario sull’eroe e sull’uomo in un colpo solo.

Questo, in breve, è ciò che accade in ” Logan “: l’addio di Hugh Jackman ad un personaggio che lo ha accompagnato e che ci ha accompagnato per gran parte della nostra vita.
Jackman inizia ad interpretare il mutante canadese nel duemila e smette di vestirne i panni solo quest’anno riuscendo a diventare, per chiunque, Wolverine stesso.
Lui è e sarà sempre il primo supereroe che molti ricordano.
” Logan ” è il suo addio ad un mondo che gli ha dato davvero, davvero tanto.
Con cui lui ci ha dato davvero, davvero tanto.
è il suo canto del cigno.

La pellicola, scritta e diretta da James Mangold, è ambientata nel 2029 in un mondo molto più instabile del nostro, con i confini tra i paesi sotto stretta sorveglianza militare e un enorme potere in mano a determinate aziende capaci addirittura di modificare geneticamente il cibo venduto sul mercato.
Jean Grey non è mai morta alla fine di ” X Men 2 “, gli X Men non si sono mai sciolti  e molti di loro non sono mai morti per via della guerra tra mutanti durante ” X Men – Conflitto finale “.
Probabilmente, ad un certo punto, i mutanti sono stati accettati completamente tant’è che sono stati scritti dei fumetti sugli X Men e poi è tutto finito: l’inferno si è trasformato in un paradiso.
Il gene mutante ha finito di prosperare, niente più bambini con poteri speciali e andando avanti con gli anni, complice anche un incidente, gli X Men hanno smesso di esistere.
Le aziende hanno preso il potere, il mondo è cambiato e ha perso la speranza: niente più eroi, niente più poteri speciali.
In un mondo del genere, Logan e Xavier sono gli unici due X Men rimasti e non se la passano molto bene: Logan è diventato un autista alcolizzato con problemi con il suo fattore rigenerante mentre Xavier è un telepate con una malattia degenerativa al cervello.
Presi dai loro problemi vengono trascinati in un’ultima avventura da una donna sconosciuta per proteggere una bambina in difficoltà.
Xavier e, soprattutto, Logan sono i protagonisti di questa storia e sono i nostri eroi spezzati pronti a dire addio dopo aver salvato un’ultima vita.

I due eroi hanno sconfitto il male più di una volta, hanno salvato tantissime vite ma il destino non li ha ricompensati e ora sono in rovina.
Xavier, saggio mentore dei giovani X Men con formidabili poteri mentali, ormai ha perso completamente il controllo della sua testa e del suo corpo: incapace di controllare i suoi poteri per via di una malattia e qualsiasi altra cosa per la sua età.
Xavier, quasi invincibile sino a quando ha potuto, ha perso quasi tutte le sue capacità e la sua più grande qualità, la sua più grande arma è diventata un problema enorme capace di uccidere chiunque in qualsiasi momento.
Uno degli uomini più responsabili al mondo è diventato un vecchio che fa le storie per prendere le sue medicine.
Logan, invece, perde ancora se stesso vanificando tutto ciò che Xavier e i suoi avevano fatto tempo prima.
Il mutante canadese ha vissuto più di una vita, ha visto tutti i suoi amici morire più di una volta e, stravolto dal dolore, ha cercato di tenere in vita l’ultima persona legata al suo passato: Xavier.
Costretto, quindi, a badare da solo ad un anziano pericolosissimo Wolverine decide di attaccare la maschera al chiodo trovandosi un lavoro normale.
Stretto tra le sue nuove responsabilità e l’impossibilità di aver salvato tutti quelli che ama Logan rinizia a bere perdendo sempre di più se stesso e iniziando ad accorgersi che il suo fattore rigenerante non funziona più e lui sta morendo.
James, questo il suo vero nome, rifiuta il suo soprannome, la sua leggenda e si lascia schiacciare dal suo senso di colpa contemplando addirittura il suicidio.
Gli eroi sono morti e rimangono solo gli uomini.
Mangold ce li mostra al loro peggio, Xavier non riesce ad andare in bagno da solo mentre Logan si addormenta ubriaco nella sua macchina e, addirittura, non riesce in un primo momento a farsi rispettare da dei teppisti.
Queste scene, come tante altre, servono a farci capire quanto tutti loro siano caduti in basso.
Gli ambienti grigi e spogli, in ombra ci ricordano che sono soli, isolati dal resto del mondo non solo perchè mutanti ma perchè sono persone sgradevoli.

La loro ultima occasione, il loro canto del cigno arriva quando una donna sconosciuta gli chiede di portare una ragazzina con poteri mutanti da un posto all’altro perchè inseguita da un’azienda malvagia.
Mentre Xavier accetta il compito, Logan rifiuta subito, non vuole prendersi nessuna responsabilità: solo l’attacco dei cattivi lo spinge a prendere l’incarico.
Il viaggio inizia e va avanti in un eterno conflitto tra i tre protagonisti e raggiunge l’apice dopo il momento più solare della pellicola, una cena in compagnia, quando Xavier muore ucciso da un clone di Wolverine mentre il montaggio alternato ci mostra, nello stesso momento, il vero Logan salvare la prima vita dall’inizio della pellicola.
Appare un Wolverine malvagio nello stesso momento in cui Logan torna ad essere un eroe.
Senza più Xavier e con altre vite sulla coscienza James, spinto dalla piccola Laura, decide di portare a termine il viaggio arrivando nell’oasi descritta dalla ragazza, piena di ragazzini.
Il posto non solo ricorda la vecchia X Mansion ma la pace che permane il luogo permette a Laura e a Logan di aprirsi l’un l’altro scoprendosi identici e dando a James la possibilità di insegnare ad una Wolverine più piccola cosa significa essere Wolverine.

Il rapporto tra i due finisce quando l’eroe caduto in disgrazia abbraccia il suo destino, la sua ultima possibilità per avere quell’appellativo scontrandosi, in una foresta, contro il suo stesso clone.
Wolverine contro Wolverine, mostro contro ” mostro “, ” mutante ” contro mutante.
Logan si sacrifica per uccidere, ancora una volta, il vecchio se stesso chiudendo quindi la sua storia dopo, non solo aver svolto il suo compito ed essere diventato un eroe, aver accettato Laura come sua figlia ed essere diventato, finalmente, padre.

” Logan ” è la fine di un eroe, la fine di Wolverine.

Prologo

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” Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato “.
(Stanley Kubrick)

Ogni storia inizia con un’idea, con un obiettivo e, se sei bravo, anche con un finale.
Ogni storia inizia, molto più semplicemente, con un titolo e, alle volte, con un prologo.
Ogni storia poi cresce, evolve e crea personaggi e situazioni sempre nuovi e diverse.
Tutte scelte di scrittura degne di essere lette, rilette, analizzate e contestualizzate.
Se questo è il mio prologo e il mio titolo, il mio obiettivo, da sceneggiatore dilettante, sarà quello di analizzare tutto ciò che riguarda la scrittura di un qualsiasi prodotto d’intrattenimento nei minimi dettagli, cercando di essere il più professionale possibile.
Cercherò di farlo al mio meglio e di fare il lavoro migliore possibile aprendo anche una discussione sul finale.
Spero di divertirvi.
Spero di piacervi.
Spero di allontanare il mio finale più a lungo possibile.